it's a gay gay world


in effetti il post sulla notte non è semplice. le testimonianze fotografiche scarseggiano, i ricordi confusi e alcolici. ma come è la notte di tokyo? uguale a tutte le notti in altre città. la consueta l'atmosfera alla blade runner postmoderna si fonde alla famigliarita degli abituè, delle comunita che gravitano intorno agli stessi locali, in cui si entra dalla porta e gia si sa piu o meno chi si trovera ai tavoli. la gente della notte di tokyo parla inglese in discoteca, e balla la stessa dance commerciale che mettono nel locale dove lavoro, nel mezzo della pianura padana. conosco il repertorio del dj, faccio richiestemusicali a tema, cavalco il revival anni ottanta. conosco l'idioma locale e le regole del gioco. ballo su cubi colorati con a fianco uomini dai capelli rossi e tette finte, faccio cadere birra offertami dai pochi avventori non omoosessuali del locale. unico tocco esotico: mi offrono delle gomme da masticare per abbordarmi, come faceva il mio compagno di banco delle medie. sorrido e prendo la gomma alla menta, e intanto continuo a ballare shakira sorriendo. fuori faccio due chiacchere con una tizia di los angeles che è qui per studiare giapponese, etc etc etc.
il villaggio globale è una discoteca nel quartiere dei giovani di tokyo, o una discoteca e basta di qualsiasi altro quartiere di qualsiasi altra citta comincio a pensare.
arriviamo a casa in taxi, ci buttiamo a letto, sveglia tardi la mattina dopo quando l'ora di colazione è gia passata. conferma di questa stessa sensazione è il pomeriggio, in cui assistiamo alla gay parade. visi asiatici ed esagerazione manga nei costumi sono l'unica specificità di uno spettacolo che ho visto ripertsi identico a san francisco come ad amsterdam. l'etestica gay e il messaggio è lo stesso, e pone gli stessi dubbi qui come la. c'è ancora bisogno di questo? quali rivendicazioni rimangono da rivendicare? ha senso una forma di orgoglio che è anche autoghettizzazione? non risolvo nessuno di questi interrogativi, ma mi guardo intorno, faccio foto ai travestiti piu vistosi, parlo con chi non è vistoso ma è li e ci crede. ne esco con sapore stucchevole dell'eterno carnevale in bocca, e mi rifugio in un locale bianco e rosso a mangiare ramen. ilmenu scritto in caratteri che non conosco e il mio tentennare di fronte agli ingredienti e sapori che ho nel piatto mi rassicurano. sono comunque dall'altra parte del mondo. eppure la forza delle subculture, della loro interconnessione globale, la possibilita di creare ghetti e compartimenti stagni all'interno della società sempre piu globale ed estesa mi sconquassa. il villaggio è davvero un villaggio, solo che si moltiplica identico su scala globale. una parola del dizionario potra essere usata allora per descrivere l'essenza molto piu che la descrizione fenomenica.. un ritorno all'ontologia precisa ed essenzialista.
mah.
domani vado al mercato del pesce. se è uguale a quello di milano mi incazzo pero.
il villaggio globale è una discoteca nel quartiere dei giovani di tokyo, o una discoteca e basta di qualsiasi altro quartiere di qualsiasi altra citta comincio a pensare.
arriviamo a casa in taxi, ci buttiamo a letto, sveglia tardi la mattina dopo quando l'ora di colazione è gia passata. conferma di questa stessa sensazione è il pomeriggio, in cui assistiamo alla gay parade. visi asiatici ed esagerazione manga nei costumi sono l'unica specificità di uno spettacolo che ho visto ripertsi identico a san francisco come ad amsterdam. l'etestica gay e il messaggio è lo stesso, e pone gli stessi dubbi qui come la. c'è ancora bisogno di questo? quali rivendicazioni rimangono da rivendicare? ha senso una forma di orgoglio che è anche autoghettizzazione? non risolvo nessuno di questi interrogativi, ma mi guardo intorno, faccio foto ai travestiti piu vistosi, parlo con chi non è vistoso ma è li e ci crede. ne esco con sapore stucchevole dell'eterno carnevale in bocca, e mi rifugio in un locale bianco e rosso a mangiare ramen. ilmenu scritto in caratteri che non conosco e il mio tentennare di fronte agli ingredienti e sapori che ho nel piatto mi rassicurano. sono comunque dall'altra parte del mondo. eppure la forza delle subculture, della loro interconnessione globale, la possibilita di creare ghetti e compartimenti stagni all'interno della società sempre piu globale ed estesa mi sconquassa. il villaggio è davvero un villaggio, solo che si moltiplica identico su scala globale. una parola del dizionario potra essere usata allora per descrivere l'essenza molto piu che la descrizione fenomenica.. un ritorno all'ontologia precisa ed essenzialista.
mah.
domani vado al mercato del pesce. se è uguale a quello di milano mi incazzo pero.

1 Comments:
me encanta tu blog, es muy bueno. ♪
5:05 PM
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