Lost and Found



Wondering lost in a town full of frowns
Tea tea and coffee, get no sleep today
il bigliettino del tempio con le previsioni del futuro me lo aveva detto, con il suo inglese ermetico, che la cosa che stavo cercando sarebbe stata li vicino a me. pero pensavo a tuttaltro al momento. e invece ad un certo punto mi rendo conto di aver perso la mia vecchia ingombrante rumorosa inaffidabile ma rodatissima canon con intero rullino di diapositive contenenti tempi tempietti ceramiche bambini giapponesi e chi piu ne ha piu ne metta. accortami del fattaccio, ricostruiamo la scena del delitto, e me ne ritorno in stazione a cercarla. so gia quello che mi aspetta: uno stuolo di giapponesi molto gentili ma che ignorano totalmente ogni altra lingua straniera. so anche che con i gesti non sono molto a loro agio, sembra li spaventino. respiro e inizio la ricerca.
è cosi che dopo essere stata rimbalzata innumerevoili volte da donnina in divisa ad un omino in divisa e cosi via, finisco nelle segrete della stazione di kyoto. ebbene si, perfino questa architettura galattica e scenografica che ieri ci ha lasciate con il naso per aria possiede un retro, un backstage sporco senza ambizioni estetiche e popolato da nonnini giapponesi che vivono tra milioni di ombrelli, valigie, giacche. e qui gia sapevo che sarebbe stata dura, ma insomma tanto vale andare fino in fondo. inizio una sessione di conversazione con l'omino che ha davvero dell'assurdo e che si svolge cosi: dico camera, in inglese, e lui capisce, mi chiede il giorno indicando il calendario io cerco sulla guida come dire oggi, lo dico in giapponese. lui mi chiede l ora, io la dico in inglese e lui non capisce, etc. ma la parte migliore sta nel fatto che alla fine lui, come tutti, e sottolineo tutti i giapponesi con cui ho a che fare non fanno altro che paralrti in giapponese, sperando forse che tu capisca qualcosa, ma molto piu probabilmente sapendo perfettamente che non capisci. solo per educazione loro lo devono fare, parlarti mentre ti danno il resto e lo mettono nel piattino, dirti che sono onorati di ricevere quella banconota da te ( ce lo aveva svelato la nostra guida a tokyo, da li in poi non ho piu desiderato sapere che mi dicesero davvero) e cosi via, con altri milioni di elaborate frasi di circostanza. al povero occidentale non resta che partecipare al rito, inchinandosi quando loro all'inizio si inchinano, sorridendo, ascoltando, reagendo con un thanks piu o meno convinto o ricambiando un arigato daimashta. ma ci rimaniamo un po male, alla fine di tutta questa arzigogolata cerimonia abbiamo solo pagato la nostra bibita, o ordinato il nostro frappuccino da starbucks. insomma per farla breve, contunuo la mia conversazione da teatrino dell'assurdo con il signore, e riesco a farmi dare il suo nuemero di telefono e lasciare il mio dopo una ventian di minuti e molte molte calorie consumate. ma la macchina, niente, lost.
spossata e affamata, non ho altra scelta che cercare del cibo. e li scopro la diabolica doppia anima della stazione di kyoto. regno dei cieli e regno degli inferi, opera ambigua e malefica sisi. perche se infatti la parte superiore, quella che ti accoglie e ammaglia, ti proietta verso il cielo parla di uno spazio aperto, decostrutto in livelli che piano piano scompaiono e si mischiano al cielo, moltiplicando punti di vista luoghi galvanizzando l'immaginazione la sensazione il nostro animo metafisico e poetico; ebbene attenzione perche i piani sotterranei si presentano invece come un enorme girone infernale colmo zeppo strabordante volto alla specifica soddisfazione del solo unico bassissimo istinto priamrio del cibo. è in questo regno sotterraneo di corridoi e vetrine che l'ossessione alimentare impera e va abraccetto con l'esperienza estetica e postmoderna. milioni di cose colorate e mangiabili, provenineti da ogni dove, confeszionate esposte toccate prese scartate gettate tutto in un turbinio di ossequi e possibilita. tutti mi attraggono distraggono allo stesso tempo, ho solo fame, ma devo pur scegliere e valutar in uno sguardo il rapporto qualità-prezzo-quantità. e anche capire di che si tratta.
alla fine prendo il mio roll con avocado, iperincartato, decorato, inscatolato e gadgettizzato da annesso sacchettino di ghiaccio per la conservazione e me lo mangio come nessun giapponese farebbe, per terra, li fuori, con le bacchette seduta stanca a gaurdare la gente che passa e pensando alla mia canon.
il resto è fuga verso i templi zen, per purificarmi dal girone alimentare e il resto sono io che entro in camera poco fa, e vicino alla porta per terra, davvero vicino a me, trovo la mia brown big canon camera. rido. il bigliettino me lo aveva detto pero.
è cosi che dopo essere stata rimbalzata innumerevoili volte da donnina in divisa ad un omino in divisa e cosi via, finisco nelle segrete della stazione di kyoto. ebbene si, perfino questa architettura galattica e scenografica che ieri ci ha lasciate con il naso per aria possiede un retro, un backstage sporco senza ambizioni estetiche e popolato da nonnini giapponesi che vivono tra milioni di ombrelli, valigie, giacche. e qui gia sapevo che sarebbe stata dura, ma insomma tanto vale andare fino in fondo. inizio una sessione di conversazione con l'omino che ha davvero dell'assurdo e che si svolge cosi: dico camera, in inglese, e lui capisce, mi chiede il giorno indicando il calendario io cerco sulla guida come dire oggi, lo dico in giapponese. lui mi chiede l ora, io la dico in inglese e lui non capisce, etc. ma la parte migliore sta nel fatto che alla fine lui, come tutti, e sottolineo tutti i giapponesi con cui ho a che fare non fanno altro che paralrti in giapponese, sperando forse che tu capisca qualcosa, ma molto piu probabilmente sapendo perfettamente che non capisci. solo per educazione loro lo devono fare, parlarti mentre ti danno il resto e lo mettono nel piattino, dirti che sono onorati di ricevere quella banconota da te ( ce lo aveva svelato la nostra guida a tokyo, da li in poi non ho piu desiderato sapere che mi dicesero davvero) e cosi via, con altri milioni di elaborate frasi di circostanza. al povero occidentale non resta che partecipare al rito, inchinandosi quando loro all'inizio si inchinano, sorridendo, ascoltando, reagendo con un thanks piu o meno convinto o ricambiando un arigato daimashta. ma ci rimaniamo un po male, alla fine di tutta questa arzigogolata cerimonia abbiamo solo pagato la nostra bibita, o ordinato il nostro frappuccino da starbucks. insomma per farla breve, contunuo la mia conversazione da teatrino dell'assurdo con il signore, e riesco a farmi dare il suo nuemero di telefono e lasciare il mio dopo una ventian di minuti e molte molte calorie consumate. ma la macchina, niente, lost.
spossata e affamata, non ho altra scelta che cercare del cibo. e li scopro la diabolica doppia anima della stazione di kyoto. regno dei cieli e regno degli inferi, opera ambigua e malefica sisi. perche se infatti la parte superiore, quella che ti accoglie e ammaglia, ti proietta verso il cielo parla di uno spazio aperto, decostrutto in livelli che piano piano scompaiono e si mischiano al cielo, moltiplicando punti di vista luoghi galvanizzando l'immaginazione la sensazione il nostro animo metafisico e poetico; ebbene attenzione perche i piani sotterranei si presentano invece come un enorme girone infernale colmo zeppo strabordante volto alla specifica soddisfazione del solo unico bassissimo istinto priamrio del cibo. è in questo regno sotterraneo di corridoi e vetrine che l'ossessione alimentare impera e va abraccetto con l'esperienza estetica e postmoderna. milioni di cose colorate e mangiabili, provenineti da ogni dove, confeszionate esposte toccate prese scartate gettate tutto in un turbinio di ossequi e possibilita. tutti mi attraggono distraggono allo stesso tempo, ho solo fame, ma devo pur scegliere e valutar in uno sguardo il rapporto qualità-prezzo-quantità. e anche capire di che si tratta.
alla fine prendo il mio roll con avocado, iperincartato, decorato, inscatolato e gadgettizzato da annesso sacchettino di ghiaccio per la conservazione e me lo mangio come nessun giapponese farebbe, per terra, li fuori, con le bacchette seduta stanca a gaurdare la gente che passa e pensando alla mia canon.
il resto è fuga verso i templi zen, per purificarmi dal girone alimentare e il resto sono io che entro in camera poco fa, e vicino alla porta per terra, davvero vicino a me, trovo la mia brown big canon camera. rido. il bigliettino me lo aveva detto pero.

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